Putin – L’ultimo zar

Putin – L’ultimo zar è un documentario diretto da Nick Green, prodotto da Rogan-Productions e BBC per Channel 4, andato recentemente in onda in prima visione in chiaro sul canale italiano NOVE per il ciclo Nove Racconta.

Dopo aver visto e scritto del documentario The Putin Interviews di Oliver Stone, recentemente è andato in onda Putin – L’ultimo zar, ulteriore e importante tassello per farci un’opinione sul momento che stiamo vivendo e del quale ora diamo qui breve riscontro. Il lavoro diretto da Nick Green racconta in poco meno di 180 minuti l’ascesa al potere di Vladimir Putin, dai suoi studi nella città natale Leningrado, la sua vita come dipendente di secondo piano nei servizi segreti, l’inizio della carriera politica, l’arrivo a Mosca nel 1996, fino alla rapida e travolgente ascesa nei meccanismi mondiali del potere. Un documentario che critica la figura di Putin ma che lo pone come protagonista delle recenti azioni di guerra e dei possibili riassetti geopolitici futuri.

Il film e tutta la vita pubblica di Putin sembrano basarsi sul codice dello spionaggio e in particolare sulla regola non scritta ma scolpita in tutti i manuali: niente è dimenticato, niente è perdonato. In pratica Putin è uno che porta rancore, un tipo orgoglioso e piuttosto vendicativo.

Putin viene ritratto come un uomo in divenire, ma da sempre piuttosto freddo e distaccato, determinato nel perseguire ogni obiettivo, abile nelle frequentazioni, cinico e calcolatore nel lasciarsi indietro ogni possibile freno o intralcio. Uomo capace di trasformarsi, da quasi vulnerabile e a tratti anche insicuro, sconosciuto alla maggioranza, diventa in pochi anni leader indiscusso, con i nervi ben saldi e una personalità senza dubbio apparente.

Il documentario racconta molto bene tale trasformazione, così nella prima parte si sofferma sul rapporto e l’evoluzione che Putin dimostra sia verso i mezzi di comunicazione sia verso l’opinione pubblica. Putin viene prima inviato a Dresda dal KGB, con un incarico minore, poi con la caduta del muro nel 1989, torna a San Pietroburgo e diventa il braccio destro del sindaco Sobchak, figura controversa e ambigua: sono anni di grande trasformazione per l’ex URSS. Sono gli anni in cui si attua la trasformazione del sistema economico, di tutto l’apparato statale e in primis anche dei servizi di sicurezza. Sono gli anni in cui si crea un nebuloso intreccio tra economia e spionaggio. Tra economia e potere. Tra lecito e illecito. Tra diritti e violenza.

Ritracciamo così nel 1996 Putin a Mosca, dove diventa prima direttore dell’FBS, l’agenzia che ha sostituito il KGB e subito dopo lo ritroviamo come homo-novus nella cerchia ristretta di Boris Eltsin. Putin viene poi nominato primo ministro del governo Eltsin nel 1999 e presidente nel 2000, quando la spunta sul filo di lana a seguito di elezioni contestate per alcune palesi irregolarità di voto.

Il periodo di Eltsin è stato caratterizzato da un repentino cambio di rotta e di ideologia in tutta l’ex URSS, in pochissimo tempo si è passati dalla visione social-comunista al neo capitalismo-liberale. Si è attuato in tempi brevissimi, un grande processo di privatizzazione dell’apparato statale che ha posto tutto il potere nelle mani di poche persone che per pochi soldi si sono divisi tutte le industrie, tutti le ricchezze e tutti i meccanismi di controllo dello Stato: era nato l’impero degli oligarchi. Un impero dove pochi avevano tutto e la maggior parte della popolazione viveva male.

Il 1999 è anche l’anno delle bombe a Mosca, attentati che in poco più di due settimane, fecero più di 300 morti. Le autorità russe e Boris Eltsin accusarono degli attentati i separatisti ceceni, altri gli stessi servizi segreti russi. Le truppe russe invasero comunque la Cecenia nel settembre del 1999. In Cecenia dal 1991 al 2009 ci sono stati più di 100.000 morti.  Il 31 dicembre 1999 Eltsin si dimette, la scena è tutta di Putin.

Putin, nel 2000, capisce che deve cambiare qualcosa, mette così tutti gli oligarchi in torno a un tavolo e senza troppi giri di parole fa capire loro che da quel momento in avanti le cose cambiano: comanda lui, decide lui e se gli oligarchi non ci stanno possono anche andarsene, ma ricordatevi la regola non scritta del Putin spia.

Il documentario prosegue quindi seguendo l’ordine cronologico degli eventi, con l’emergere di una nuova figura, il delfino di Putin, Medvedev e la loro alternanza al potere. Putin guadagna sempre maggiore fiducia: in se stesso, tra il popolo russo e anche agli occhi di molte personalità e capi di stato oltre confine. Inizia la fase in cui, Putin – L’ultimo zar – gestisce il suo potere. Anche la maggior parte degli oligarchi decide di mettersi sotto il suo controllo, quei pochi che non ci stanno decidono di portare le loro ricchezze fuori dal paese, alcuni si rifugiano a Londra, ma la dura legge di Putin arriva ovunque. 

Ci vengono così raccontate le storie dell’oligarca dissidente Boris Berezovsky, della spia che  voleva giustizia sociale Alexander Litvinenko e della combattiva giornalista Anna Politkovskaja. Tre piccole grandi storie. Tre storie di coraggio e morte.

Ma è il 2014 l’anno che cambia di nuovo le carte in tavola. La Russia è sede dei giochi Olimpici invernali, Putin da sempre grande sportivo, vede la sua Russia al centro della visibilità mondiale, dopo anni controversi si può finalmente concedere il lusso degli applausi e delle vittorie. Ma c’è un altro ma, nel febbraio del 2014 scoppia anche la crisi di Crimea. Il 22 febbraio Janukovyc,  fantoccio di Putin in Ucraina, fugge da Kyev, la Crimea si stacca dalla capitale Ucraina e di fatto si annette alla Russia, viene firmato un trattato di adesione della Crimea alla Russia, ma il trattato non viene riconosciuto dalla comunità internazionale.

La parentesi delle Olimpiadi di Sochi e la guerra di Crimea sono una svolta fondamentale nel documentario e il cardine anche per capire la guerra di questi giorni.

Putin – L’ultimo zar – è un documento importante, ben fatto dal punto di vista filmico, con immagini, spezzoni di archivio e testimonianze di ex membri della cerchia ristretta di Putin. La vita di Putin viene presentata come una sorta di film thriller dove Putin vuole apparire quasi come la spia Stierlitz, il protagonista di Diciassette momenti di primavera, la miniserie tv monumento della cultura televisiva della Russia sovietica.

Fiction e realtà. Nemici e traditori. Denaro e potere. Putin è come Enrico II quando parla del più e del meno con i suoi baroni, accenna al fatto che – quel tale – l’arcivescovo Thomas Beckett, non gli sta troppo simpatico e in sostanza dei fatti, il giorno dopo – quel tale – viene misteriosamente ucciso da sicari mascherati nella cattedrale di Canterbury.

Putin detesta perdere. Follia, vanità, vana gloria.

Per Putin niente è dimenticato, niente è perdonato.

Un giovane Vladimir Putin

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